Cambiare direzione – Giornata della memoria

“Quello che è accaduto non può essere cancellato, ma si può impedire che accada di nuovo”
Anna Frank

Non mi permetterei mai di parafrasare le parole di Anna Frank ma viene naturale aggiungere che non solo si può, ma si deve impedire che accada di nuovo.
Perché la situazione attuale necessita di un imperativo, alla luce dei fatti che ahimé negano l’ottimismo di quella ragazza che, prigioniera del più grande incubo della storia recente, scisse da Auschwitz parole di pace e di speranza, non dandosi per vinta, confidando in un’umanità con buona probabilità migliore di quella che invece è diventata settantacinque anni dopo.
Settantacinque anni dopo l’arrivo dell’Armata Rossa in quel lager in Polonia, a trecento chilometri da Berlino, dove il mondo ha conosciuto cosa significhi il male nel suo senso più assoluto.
E più banale, citando Hannah Arendt e la sua cronaca del processo a Eichmann in Israele, ai tempi in cui suscitò scandalo solo perché fu clamorosamente fraintesa.
Il male, se è banale, è ancor più terrificante, perché diventa una pratica “normale”, una regolarità nella vita degli uomini, i quali svilupperanno una società basata sull’odio dove le classi sociali saranno solo due: i carnefici e le vittime.
Ed è una responsabilità enorme, per tutti noi, considerare il peso di un gesto, anche il più banale, appunto, e i suoi effetti su tutto ciò che ci circonda.
Questo, nell’era della giustificazione, della menzogna, della post verità, è un fardello che ci scrolliamo di dosso, attraverso la negazione più assoluta, la giustificazione continua, l’esonero perpetuo, sottraendoci al giudizio di un’etica che non sussiste e che manca come l’aria alla nostra coscienza.
Settantacinque anni di memoria, di necessità, di dovere. Il 27 Gennaio è il giorno in cui si commemora la Shoah: l’olocausto in cui sei milioni di ebrei hanno perso la vita ma soprattutto la dignità.
E non solo: nei campi di concentramento nazisti sono morti omosessuali, comunisti, testimoni di Geova, dissidenti, disabili, armeni, tutti coloro che venivano considerati inferiori, minacce alla perfezione della razza ariana; un delirio inimmaginabile.
E’ il profondo senso di impotenza degli uomini deboli, di carcasse vuote che vivono del dolore altrui, perché questo e nient’altro erano i nazisti: i deboli erano loro. I forti coloro che temevano, e giudicavano colpevoli solo di essere diversi.
Oggi vorremmo dire con orgoglio che tali disparità da cui derivano questi orrori siano solo un amaro ricordo del quale è doveroso parlare per evitare che tutto ciò accada di nuovo: ebbene la realtà ci suggerisce che ci sbagliamo. Siamo in un delicato momento storico frutto di un odio perpetuo che mai si è sopito: ha soltanto cambiato faccia.
I giorni della Guerra Fredda, dell’URSS e dei gulag, del Vietnam, delle manifestazioni in Bulgaria e in Cecoslovacchia, di Tito, di Pinochet e dello stadio della morte, dei Desaparecidos, di Cuba, di Salazar e di Franco, proprio accanto a casa nostra fino al 1975, dei colonnelli greci, delle fosse comuni nei balcani, di Milosevic, delle stragi in Sri Lanka, di San Suu Kyi e le minoranze in Birmania, del Laos, dell’agente arancio, del gas nervino, delle sette, dei suicidi di massa, dei serial killer, della società dei suicidi e della depressione, della solitudine estrema, dell’alienazione, dell’odio su internet, del bullismo nelle scuole e del razzismo nelle periferie, della mafia, degli omicidi di stato, della strategia della tensione, di Gladio e di Bologna, del Mediterraneo pieno di cadaveri, del South of the Border dove i messicani muoiono nei rimorchi dei camion, tra le cassette della frutta, della Cina con i suoi Laogai, campi di concentramento dove la famiglia acquista il proiettile con cui verrà giustiziato il parente, dei Kwaliso coreani dove a cento metri da Pyongyang si muore solo per aver osato pensare, di Pol Pot e l’olocausto più intenso della storia dell’umanità in onore della vanagloriosa Kampuchea Democratica, di Guantanamo, del sospetto, dell’Oman dove le donne vengono lapidate impunemente, dello Yemen dove si studia il corano e se c’è un libro diverso in una casa si viene fucilati, delle accademie d’arte clandestine ai tempi di Cheauchescu in Romania, anche in quel caso fucilati solo perché si osa dipingere, degli omosessuali morti in casa ammazzati dai genitori, anche in Italia, in Usa, in Francia, dovunque, perché il razzismo e l’omofobia giocano sempre vicino a noi e non così lontano come vorremmo, dell’ipocrisia, della totale mancanza di ideali e speranze, delle batterie dove si gonfiano di antibiotici e anabolizzanti i polli, le mucche e le pecore per farne una carne che costa poco e che ci uccide giorno dopo giorno, della sistematica eliminazione della miseria tramite la morte del povero, della selvaggia speculazione, dell’Aids come strage controllata dell’universo LGBTQ durante gli anni ottanta, del futuro oscuro e tetro che ci appare ogni volta che usiamo la plastica, tesserina di un puzzle enorme che ci porterà alla distruzione, della nostra unica e sola responsabilità di “uomini bianchi” nel più grande sterminio mai conosciuto dall’uomo, che perdura da cinquecento anni e che non viene MAI preso in esame: l’inesorabile estinzione di massa dei nativi americani. Perché la diversità continua a farci paura, l’ignoranza ci ha sopraffatti e l’odio sembra l’unico linguaggio che conosciamo.
Oggi è il giorno di dire basta, il giorno di guardarsi negli occhi e partire da Gerusalemme verso le strade del mondo veicolando un messaggio di pace come fossimo tedofori di una staffetta infinita, fino al traguardo, alla nostra Atene, quella della pace, della consapevolezza, della tolleranza, della civiltà aristotelica.
La Shoah è il monito con cui l’Infinito, Madre Natura, Dio, Allah, Visnù, chi vi pare ci dice che è giunto il momento di essere ciò che siamo: delle creature dotate di empatia chiamate UOMINI.
Non vermi, UOMINI.

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