Il significato della parola “Liberazione”

Il 25 Aprile solleva nell’animo umano un quesito morale profondo e settantasei anni dopo è più che mai opportuno riflettere sul significato di “liberazione”.
La passiva mancanza di reazione che ha contraddistinto, salvo rare eccezioni, la condotta dei popoli durante questi primi vent’anni del terzo millennio, ci aiuta a comprendere quanto sia avvilente, al giorno d’oggi, la situazione di apparente libertà a cui l’uomo si è abituato immediatamente, dimentico di ciò che è stato fatto, con enorme quantità di sangue versato, per consentire tale, seppur parziale e sovente impietosa, quiete.
Liberazione, oggi, si confonde con libertà e diritti. Liberazione, oggi, si usa come ariete per aprire le porte della strumentalizzazione e della faciloneria qualunquista. Liberazione, oggi, è retorica.
E’ una parola che rievoca lancinanti ricordi in chi, testimoni sempre più rari a causa del tempo inesorabile che passa, ha vissuto sulla propria pelle il suo vero significato.
Liberazione significa combattere, sacrificando la propria vita, per spezzare il giogo al quale è legata la comunità cui apparteniamo.
A nessuno è stato chiesto, nelle generazione successive, di ripetere uno sforzo simile.
Eravamo soltanto stati pregati, supplicati, di mantenere la pace, alimentando la fiamma del ricordo come delle vestali ossequiose di chi è morto per il nostro futuro e niente più.
La democrazia è stata conquistata così, con tutti i suoi annessi e connessi a cui oggi facciamo riferimento con epiteti critici e perpetuo scherno.
Siamo annoiati dalla libertà perché l’abbiamo confusa con l’ozio e con la monotonia; con la disorganizzazione e il caos; con la corruzione e il dolo.
La libertà è sempre conseguenza di un martirio e andrebbe conservata tramite un progresso etico che onori ogni giorno il sommo sacrificio offerto.
Ma abbiamo perso la memoria nello stesso momento in cui abbiamo smarrito la bussola verso l’avvenire; ecco perché si pronunciano idiozie.
Oggi si sente parlare di “uomo forte”; c’è chi rimpiange un egemone, chi invidia nazioni governate da un dittatore, chi auspica la venuta di un tiranno.
C’è chi sostiene che valga la pena chiudersi in noi stessi, erigere muri, rafforzare e potenziare quei confini che rappresentano in ogni caso, comunque si voglia guardarli, una linea di guerra, un fronte da difendere, da un ipotetico invasore.
Dopo settant’anni di disperati tentativi verso un’utopica pace, siamo di nuovo alla ricerca di un nemico.
D’altronde, è anche vero che per tre anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, abbiamo assistito a guerre civili vigliacche e cruente; negli anni Cinquanta gli eserciti si sono mossi nuovamente e la Guerra Fredda ha avuto inizio con la Guerra di Corea, dove per la prima volta sono scesi in campo gli schieramenti del mondo nuovo: il comunismo e il capitalismo.
La guerra degli stili di vita.
E in Indocina i francesi non hanno mai deposto le armi per mantenere in vita le malvagie usanze dell’Ottocento, al fine di un colonialismo che non è mai finito.
Se questa è pace e liberazione, allora la memoria è corta e il cervello guasto.
I cuori, poi, sono di pietra e sono spezzati in due.
A prescindere dall’ignoranza – un giovane su tre non sa cosa sia la Liberazione – le nuove generazioni tendono a cancellare la Storia con l’ingombrante massa del presente. Esso, mediante la potenza del concetto di “qui e ora”, distoglie anche dagli obiettivi e dunque dal futuro, di modo che la gente viva alla giornata come in un novello medioevo laddove si combatteva per la sopravvivenza dall’alba al tramonto, senza troppe questioni.
La gravità risiede però nel fatto che al giorno d’oggi non abbiamo un bisogno fisiologico di sopravvivere, perlomeno nella nostra società cosiddetta occidentale; quindi per sopravvivenza ci riferiamo a quella mentale.
E’ diventato uso comune spegnere il cervello perché pensare non soltanto fa soffrire, e noi ci siamo disabituati alla sofferenza, ma è anche malvisto.
Se comunichiamo soltanto tramite assoluti, se ci riferiamo solo a chi ha il nostro stesso punto di vista, se giriamo a largo dei problemi, se fingiamo con noi stessi e con gli altri che vada tutto bene, se inganniamo il prossimo con un benessere ostentato che ci dia un prestigio effimero, se abbiamo una faccia gentile con le figure che ci sono ostili e siamo ostili con essi solo alle loro spalle, se lavoriamo come servi in una mega azienda dove non ci saranno possibilità di crescita ma di certo non avremo onerose responsabilità, infine sarà tutto estremamente più facile.
Ed è questa passività, questa debolezza, questa mancanza di azione, che contraddistingue il nostro presente e che riassume alla perfezione il motivo per cui nessuno di noi può conoscere il termine “liberazione” nella sua accezione più pura.
Subire la propria esistenza, lasciarsi scorrere la vita addosso, aver perso di vista le proprie responsabilità è il più grande torto che possiamo fare a coloro che hanno attuato la liberazione e che ci hanno dunque resi liberi.
La mancanza di stimoli significa non avere consapevolezza di chi siamo stati, di chi siamo e di chi saremo.
La depressione è una patologia; ebbene, questa società è malata.
Il crepuscolo del nostro sistema economico e sociale è dovuto a questo processo autodistruttivo che è stato innescato dal benessere.
Una tragedia per i nostri antenati che hanno passato le pene dell’inferno per far sì che nelle generazioni successive, il sogno del benessere divenisse realtà.
Prima, perché naturalmente c’era un prima, c’è sempre un prima, stavano male .
Tremendamente, veramente, profondamente male.
Malattie, indigenza, miseria.
La vita era breve e passava da una fabbrica ad un campo coltivato, giorno dopo giorno, piegati su di un utensile quattordici ore al giorno.
L’esistenza era grama, senza niente, senza libri, senza acqua calda, senza divertimenti.
La vita in famiglia era tetra, oscura e logora.
La notte era lunga e fredda.
L’inverno era fatale per migliaia di persone perché il gelo è mortale, non risparmia nessuno.
L’amore non si sceglieva, non si viveva, non si sperimentava: era imposto, duro, ingiusto.
Scegliere chi amare e come amare non era consentito e le attenzioni verso lo stesso sesso erano punite dalla legge. 

Una donna veniva massacrata e lesa nella dignità ed era tutto giustificato dal Signore.
Un servo rimaneva servo; un padrone rimaneva un padrone.
Un animale era legato alla catena ed era solo uno strumento, senza un’anima né un cuore.
Gli ebrei, già da millenni perseguitati, venivano arrestati, percossi, denudati, torturati, straziati, martoriati, uccisi e bruciati, solo perché erano ebrei.
Stessa sorte toccava ai testimoni di Geova, agli omosessuali, agli albini, ai disabili, ai prigionieri di guerra, agli slavi, ai rom, ai sinti, ai pentecostali, ai dissidenti politici, ai gemelli, ai malati psichiatrici, ai “bastardi” della Renania…la lista sarebbe infinita e un’enorme percentuale di noi, oggi, nel 2020, finirebbe in un lager, rifletteteci bene.
Pensare diversamente dal comune pensiero imposto, dall’ufficialità, dall’uniformità, era vietato, pericoloso e si rischiava la vita.
Vivere degnamente era riservato ad una elite; un’oligarchia che in un morboso circolo vizioso, decideva chi fosse degno e chi no. Per cui tutto sarebbe rimasto invariato, tra le rovine del tempo.

Questi sono solo alcuni esempi, i più classici stereotipi di una vita prima della Liberazione.
Perché non stiamo parlando dell’epoca feudale o dell’Anno Mille, stiamo parlando di neanche cento anni fa. Stiamo parlando di ciò che succede se l’ignoranza si diffonde come la peggiore, questa sì davvero, pandemia. E’ inevitabile che la violenza e l’odio diventino il linguaggio comune, lo strumento di massa, e racchiudere il potere nelle mani di pochi, coloro che ghermiscono le anime di una massa indifesa, perché affamata e analfabeta.
Donne e uomini malati, denutriti e non istruiti sono le vittime perfette perché sono deboli.
Una crisi di questo tipo rende santificato agli occhi della povera gente l’uomo che può condurli verso l’illusoria salvezza e il fasullo splendore. Egli, per prima cosa, individuerà un nemico contro cui far scagliare la rabbia delle genti. E così sarà guerra, dolore e morte.
Alla fine, perderanno tutti.
Ma questo raggelante scenario risultava ammissibile, per l’appunto, prima; non oggi.
Come è possibile dunque che oggi, dopo la Liberazione, si giunga ad elaborare pensieri di questo genere?
Eppure siamo grassi, il cibo abbonda sulle nostre tavole, il tempo a disposizione è tanto, abbiamo la corrente elettrica, i telefoni e possediamo tutti (più o meno) un’istruzione che come minimo ci consente di poter leggere; siamo in possesso di elettrodomestici e comfort, abbiamo caldo d’inverno e fresco d’estate; passiamo le giornate davanti al cellulare o al computer perché godiamo dell’invenzione più immensa dell’umanità: internet! La rete, nonostante sia nata da un programma della Difesa americana, è il risultato più raggiante del concetto di Liberazione, se ci riflettiamo; è il mezzo di comunicazione che annulla le distanze, che rende tutto il mondo “globale”, che abbatte i muri, dove tutto e tutti hanno lo stesso valore, dove non c’è razza, diversità, disabilità. E’ un mondo parallelo dove la libertà è tangibile. Tuttavia, riusciamo a distorcere anche il fine nobile di questo straordinario mezzo di comunicazione.
Si può constatare come non sia più obbligatorio, quasi ovunque, fare il militare; la pace è socialmente accettata, così come le diversità, almeno sulla carta, lo sono anch’esse.
Possiamo vivere, non sopravvivere, per la prima volta nella storia.
E questo dono dal valore inestimabile che è stato tessuto dai nostri predecessori usando come ago e filo le loro stesse vite, noi lo gettiamo in pasto alla retorica e al menefreghismo.
L’abbrutimento di una società si ottiene quando si diventa egoisti.
Egoisti e ottusi.
Stiamo perdendo, come sabbia tra le mani, la nostra affermazione.
Intorno a noi, beati in una bolla inconsapevole meschina e falsa, c’è guerra e morte.
La libertà, nella maggioranza del nostro pianeta, non è ancora arrivata.
Le guerre in atto oggi, mentre mentiamo a noi stessi dichiarando a gran voce di essere in “tempo di pace”, sono 130.
Centotrenta conflitti dove ogni giorno le persone, sotto le bombe e i colpi di mortaio, sognano la propria autodeterminazione, la pace assoluta, attraverso la loro Liberazione. E l’avranno, perché conoscono il valore della vita, che è tanto immenso quanto fragile. Una vita si spezza in un secondo mentre ci possono volere secoli per dar luce nuovamente alla prosperità. 



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